🛑 Inclusione a scuola: tutte le bugie che ci raccontano (e come difenderci)

Essere una mamma di un bambino con Bisogni Educativi Speciali (BES) o disabilità significa, troppo spesso, dover diventare avvocato, burocrate e pedagogista da un giorno all’altro. La scuola dovrebbe essere il luogo dell’accoglienza, ma a volte sembra un percorso a ostacoli fatto di “consigli” interessati, mezze verità e diritti calpestati.

Oggi voglio fare chiarezza su alcuni punti fondamentali. Perché conoscere è l’unico modo per non farsi prendere in giro.


1. PEI e GLO: conoscere i nostri diritti (e cosa NON funziona)

Quando si parla di GLO e PEI, dobbiamo sapere come dovrebbero funzionare, e come purtroppo spesso vengono gestiti.

  • GLO (Gruppo di Lavoro Operativo): In teoria è un tavolo di confronto dove genitori, scuola e terapisti lavorano insieme.
  • PEI (Piano Educativo Individualizzato): È la mappa strategica che mette nero su bianco obiettivi e strategie.

⚠️ Attenzione: nella mia esperienza, le scuole spesso non condividono la bozza del PEI prima della riunione. Si limitano a leggerne due righe in fretta (magari via computer) e chiedono la firma. Non funziona così! Abbiamo il diritto di:

  1. Leggere con calma
  2. Chiedere che venga corretto o integrato
  3. Non firmare se ci sono parti scritte a matita (modificabili dopo la vostra firma!). Il PEI non è un documento da subire, ma da concordare

2. Non è “l’insegnante di sostegno di classe”

Quando sento dire: “L’insegnante di sostegno è della classe, non dell’alunno”, mi sale il crimine. È una comoda bugia.

Certamente il docente fa parte dell’organico della classe, ma è stato assegnato in primis all’alunno con certificazione 104 per attuare il suo PEI. Se la scuola usa il sostegno per fare supplenze o tappare buchi, sappiate che la Nota MIUR n. 9839/2010 e la n. 4274/2009 lo vietano, se questo danneggia il progetto di inclusione. Non lasciamo che usino le ore dei nostri figli per risolvere i loro problemi di organico!


3. L’aula morbida: risorsa o “stanza dell’esilio”?

L’aula morbida, con i suoi cuscini e le palline, dovrebbe essere uno spazio sensoriale. Purtroppo, in molte scuole è diventata il rifugio per gli insegnanti che non sanno gestire la classe.

L’alunno “rumoroso” o agitato viene spedito lì sistematicamente con il sostegno per “non interrompere la didattica”. Lì il bambino gioca tranquillo e non dà noia a nessuno… semplicemente perché è solo. Vigiliamo: se i nostri figli passano troppo tempo lì dentro, non è inclusione, è isolamento mascherato.


4. Mensa, gite e uscite: quando la scuola “consiglia” l’esclusione

Quest’anno ho firmato la rinuncia alla mensa per la monella perché le maestre ci hanno “caldamente consigliato” di farlo per via del troppo rumore di un supposto turno unico. Abbiamo scoperto tardi che era una bugia per semplificarsi la vita.

E le gite? Già a ottobre ci sentiamo dire: “Le insegnanti di sostegno non se la sentono, venite voi genitori o la bambina sta a casa”. NO! Esiste il principio dell’Accomodamento Ragionevole (D.Lgs 62/2024): la scuola DEVE organizzarsi per far partecipare tutti. Se il PEI non prevede come gestire le uscite, è un PEI carente. L’inclusione si fa anche (e soprattutto) fuori dall’aula.


5. L’educatore (OSE/ASACOM): Il mistero delle ore scomparse

L’ultima “perla”? L’educatore di plesso. Alla mia bimba sono assegnate 6 ore di OSE dal Comune. Scopro per caso che solo 1 ora è usata per lei. La scusa? “L’operatore è su tutto il plesso”. Traduzione: stanno prendendo le ore assegnate ad personam a mia figlia per coprire altri buchi. Se sulla carta ci sono scritte 6 ore per i vostri figli, devono essere 6 ore PER LUI O LEI. Non facciamoci fregare.


💡 La morale: smettiamo di essere “mamme accomodanti”

Se c’è una lezione che ho imparato a mie spese, è questa: la scuola conta sulla nostra ignoranza e sul nostro buon cuore.

Ci dicono che l’aula morbida è per il loro bene, che saltare la mensa è meglio per loro, che le ore sono “di plesso”. La verità scomoda è che se non conosciamo i nostri diritti, se non leggiamo ogni riga del PEI e se non sappiamo che le gite sono un diritto, il futuro dei nostri figli verrà eroso per comodità organizzativa.

Noi genitori siamo l’unico vero baluardo. Smettiamo di sentirci in colpa se chiediamo ciò che spetta ai nostri bambini e ragazzi. L’inclusione vera non si ottiene chiedendo “per favore”, ma conoscendo le regole del gioco meglio di chi dovrebbe applicarle.

Ricominciare (ancora): scuole, centro di formazione e disabilità

Ricominciare (di nuovo): la scuola ai tempi della disabilità

Ottobre, per noi non è solo un mese: è un nuovo inizio, carico di speranze e delle solite, inevitabili, montagne russe. Le scuole, per la monella (la piccola) e per il raggio (il grande), sono ripartite da un pezzo, ma quest’anno è diverso.

La nuova avventura della monella

Per la piccola, dopo un anno difficile, c’è stato un cambio di scuola, una primaria nuova di zecca. E, sorpresa, la stiamo vivendo bene! La monella è contenta di svegliarsi e andare: va in bagno, mangia e si fa vestire al volo. Un’enorme differenza rispetto all’anno scorso, quando il rifiuto di andare a fare pipì pur di non essere accompagnata in classe era il segno di un disagio profondo.

Ora ha due nuove insegnanti di sostegno e un’educatrice (che all’inizio mi avevano presentato come “educatrice di plesso,” una figura di cui non sono ancora sicura esista davvero).

La prima gita e il campanello d’allarme

Già alla fine del mese, il primo ostacolo: la gita. Quattro laboratori per il Festival della Scienza in punti diversi della città, con spostamenti a piedi, in autobus o in metro. Inutile dire che non era stata pensata per una bambina con autismo severo. Le insegnanti ci hanno subito detto che avrebbe potuto partecipare solo una di loro (l’educatrice… boh) e che avrebbero preferito l’accompagnamento di uno o entrambi noi genitori. Il messaggio era chiaro: “Non ci proviamo neanche.” Abbiamo scelto di non mandarla. Ho tantissime perplessità che per ora tengo per me, ma per ora, almeno in apparenza, le maestre tengono le mani a posto. Come “riparazione” ci è stata proposta una gita in un piccolo parco attrezzato vicino a scuola. Vediamo se si concretizzerà.

L’ultimo anno del raggio

Il grande, il raggio, è finalmente all’ultimo anno delle superiori. Un traguardo importantissimo, anche se non otterrà il diploma, ma solo un attestato di frequenza, avendo seguito un programma differenziato. La cosa che ci rende più felici è che siamo riusciti a far confermare la sua professoressa di sostegno: in questo modo, due professori su tre, più l’educatrice, sono rimasti gli stessi. Avere continuità è una vittoria, e una piccola isola felice.

Il centro di formazione: un libro a parte

E poi c’è il centro di formazione. Doveva iniziare la prima settimana di ottobre, poi la seconda, e ora sembra che slitti a fine mese. Su questo posto, potrei scrivere un libro, e forse dovrei.

Dal ragazzo che alzava le mani a professori e compagni (e che, grazie al cielo, è stato allontanato), al secondo anno in cui il raggio è stato prima inserito in un tirocinio già al completo, poi quasi costretto a uno pomeridiano (sotto minaccia di espulsione dal corso), e infine in un tirocinio di segreteria dove non gli veniva dato nulla da fare. Per fortuna, lungi dal perdersi d’animo, ha impiegato quelle ore guardando filmati o veri e propri film sullo smartphone. Ci sarebbero moltissime altre cose che mi disgustano di quel posto, ma per ora è meglio che stia zitta.

La Doppia Casistica

Qualcuno, leggendo, penserà: “Ma capitano tutte a voi?”

In un certo senso, sì. Avendo non uno, ma ben due ragazzi con disabilità psichica, la nostra casistica è purtroppo molto più vasta rispetto a una famiglia con una sola persona invalida.

C’è poi l’idea, diffusa e frustrante, che se una persona è “lenta nel ragionamento” o poco o per nulla verbale, allora “non capisce nulla.”

Sbagliato.

I nostri ragazzi capiscono tutto: cosa succede intorno a loro e anche la disposizione d’animo nei loro confronti. Non hanno bisogno di pietà o di essere ignorati, ma di rispetto, onestà e di una scuola che si sforzi, almeno un po’, di includere davvero.

Parlando di autismo nel parcheggio di un supermercato

Ieri ho parlato per una buona mezz’ora con un nuovo commesso del supermercato vicino al centro di terapia. La cosa incredibile è che non lo conoscevo affatto, ma in pochi minuti è nata una connessione profonda.

Cosa è successo? Ha semplicemente visto la bambina prendere il carrello (come fa sempre), metterci dentro caramelle e snack vari, tentare delle piccole fughe tra le corsie e, alla fine, scappare nel parcheggio (per fortuna non sulla strada) con me che le correvo dietro. In quel momento, ha capito tutto e ha chiesto a mio marito se la piccola fosse autistica.

La sorpresa più grande è stata scoprire che il commesso ha un figlio di 17 anni, anche lui autistico, con sintomi molto simili a quelli della monella. Non si può spiegare il sollievo di parlare con una persona che ha vissuto un percorso simile al tuo e che ti capisce al 100%!

L’autismo severo non è una passeggiata

Nonostante il centro di terapia continui a definire l’autismo di mia figlia come “moderato” (livello 2), la realtà è ben diversa. Chi ne è affetto scappa, raramente desidera essere tenuto per mano, si mette in pericolo senza rendersene conto, ha difficoltà a parlare e a spiegare se sente dolore o malessere. A questo si aggiungono difficoltà a comprendere gli stimoli, problemi con l’uso della toilette, intolleranza a certi tessuti (guai se ci sono etichette o cuciture), una selettività alimentare più o meno accentuata e tantissime routine difficilissime da cambiare o eliminare. La monella, ad esempio, non sopporta che qualcuno accenda la radio in macchina o chieda ad Alexa di mettere una canzone. Per questo siamo tutti “auricolari forever”.

Qualcuno potrebbe pensare: “Viste le immense difficoltà, le famiglie come la vostra verranno supportate e aiutate in ogni modo possibile”.

Sbagliato.

L’INPS, dopo che ti sei fatto un mazzo quadro per capire come funziona l’invalidità e la Legge 104, ti costringe a revisioni costanti ogni 2 o 3 anni (come se le malformazioni cerebrali di mia figlia potessero miracolosamente sparire) e spesso toglie l’accompagnamento, costringendoti a ricorsi continui.

La Regione concede diversi aiuti, ma l’ente non li pubblicizza. Li scopri per caso, tramite qualche associazione o su internet. Li richiedi e, purtroppo, a volte non vengono concessi.

“Ma a scuola almeno socializza?”

Sbagliato.

In molti casi, i bambini con autismo grave passano il tempo nell’aula morbida, in palestra o in altre aule dedicate, portati in giro come “mucche al pascolo”. Sono considerati troppo gravi per le classi di bambini “neurotipici” ma troppo impegnativi per i centri per disabili gravi (come è successo a noi a maggio 2025). E se un insegnante, che non è specializzato, cerca di contenere un attacco di rabbia e finisce per usare la forza? Finisce tutto “a tarallucci e vino”. I bambini con disabilità psichica grave sono, evidentemente, alunni di serie B. Anche questo, purtroppo, ci è appena capitato.

Se cerchi un centro estivo, non appena pronunci le parole “autismo” e “scappare”, magicamente non hanno educatori disponibili ogni volta che li richiami. L’unico che si dichiara disponibile accetta solo bambini già certificati e adulti, solo invalidi, che frequentano il centro diurno. Non trovi posto neanche in quell’associazione “molto brava e che accetta anche bambini con disabilità“, consigliata dalla neuropsichiatra. Semplicemente ti dicono che non accettano disabili, sempre per telefono e mai per iscritto, per evitare denunce per discriminazione.

Vuoi un educatore a domicilio? Devi pagarlo, sempre che tu ne trovi uno disponibile.

“Ma ormai la gente sa cos’è l’autismo?”

No.

Insegnanti, terapisti, vicini di casa o chiunque veda tua figlia o tuo figlio pensa (e spesso te lo dice tranquillamente in faccia) che sia un maleducato o una maleducata. Ovviamente, mia figlia “sclera” non per la stanchezza o un sovraccarico sensoriale, ma solo perché io e suo papà siamo due incapaci. È come se il mondo vedesse le famiglie come la nostra come un insieme di persone, tutte “minus habens”.

Per questa ragione, che sia benedetto chi è come noi e ci capisce al volo. Sentirsi compresi, anche solo per pochi minuti, è fantastico e ti ripaga dello stress, della gastrite, delle difficoltà e della rabbia perenne.