Ad oggi, la monella non ha ancora una diagnosi definita. Proprio come per suo fratello maggiore, conosciamo bene le malformazioni e i sintomi con cui convivono ogni giorno, ma la medicina non riesce ancora a capire se si tratti della stessa identica sindrome o di due percorsi diversi. Per dare un nome a tutto questo, dobbiamo pazientare e aspettare i progressi della ricerca scientifica.
Se mi guardo indietro, la nostra sembra una vera e propria maratona a tappe:
- 2020-2021: I primi day hospital, la risonanza cerebrale, i controlli neuropsichiatrici, gli elettroencefalogrammi da sveglia e le visite audiometriche.
- 2022: Il primo tassello con l’Array-CGH, che ha mostrato una delezione ereditata da me e una duplicazione arrivata dal papà.
- 2024: I risultati dell’esoma, rivelatisi però negativi.
E poi arriviamo a ieri pomeriggio. Abbiamo ritirato il report relativo ai nostri campioni biologici del genoma e ci siamo confrontati con la nostra genetista e altri due primari. Il verdetto? I dati dell’Array sono stati confermati e spiegati nei minimi dettagli, ma sono emerse anche nuove varianti dal significato clinico incerto, potenzialmente correlate a malattie del neurosviluppo.
Trascrivendo dal linguaggio medico a quello di tutti i giorni: siamo di nuovo al punto di partenza.
Eppure, in mezzo a questa montagna di carte e paroloni che fanno tremare le gambe, la vita vera va da un’altra parte. La prima psicomotricista della monella ci aveva detto che la bimba non avrebbe mai parlato. Per fortuna la mia bambina non lo sa, e ha iniziato con la sua dolce lentezza a dire qualche parola in più e persino a giocare a scrivere, copiando le parole che vede in giro.
Quindi no, le risposte ufficiali non le abbiamo ancora, ma una cosa è certa: noi non ci arrendiamo affatto.