10 cose che ho capito avendo due figli con disabilità grave

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1) Scoprire, anche successivamente alla gravidanza, che anche la monella ha una disabilità (più grave del raggio) è stato pesante. Ci ho impiegato “solo” un anno e parecchi disturbi causati dallo stress, ma ora riesco finalmente a scriverlo (e a dirlo). Mi ero illusa che forse la diagnosi del ragazzone nel 2007 mi avesse abituata a qualunque cosa… Che cavolata!

2) Ci sono giorni buoni e giorni meno buoni: in alcuni riesco a fare tantissime cose, in altri quasi nulla e ho la sensazione che il tempo mi sfugga dalle mani. Alcune sere crollo come un sasso, ancora prima di riuscire ad addormentare la monella! Ho una mole di sonno arretrato di anni.

3) Ho perso il conto di tutti i dubbi e le domande che mi frullano in testa: le terapie Asl servono effettivamente ai ragazzi o sono solo una formalità? Al raggio piacerà l’istituto tecnico dove l’ho iscritto? La monella parlerà mai? Quale scuola dovremo scegliere per lei tra due anni? Meglio l’ABA o le ore di cognitivo comportamentale che passa il servizio sanitario nazionale? Come ci organizzeremo per il dopo di noi?

4) Oscillo tra il voler sapere la diagnosi genetica precisa dei ragazzi (supponendo che sia la stessa per entrambi, come suggeritomi da una conoscente neuroradiologa) ed il far finta di nulla, aspettando che prima o poi l’ospedale ci chiami per il prelievo per l’array cgh. Da un lato vorrei dare un nome a quello che ci è successo, e dall’altro invece ho paura.

5) Cercare, anche tramite avvocato, di avere un numero almeno decente di ore di sostegno non è servito a nulla. Puoi inviare diffide e presentare denunce, ma una volta chiuso il portone quando suona la campanella, a scuola fanno quello che gli pare. Con la benedizione dei dirigenti e nel nostro caso anche dell’ufficio scolastico regionale. Anzi le maestre ed i professori più giovani e malleabili che ci hanno fregato più ore, sono stati assunti di ruolo! In che modo? Lezioni nella classe del raggio, con lui presente ma in “aula di sostegno” con l’operatore socio educativo, supplenze programmate su assenze dei colleghi, accompagnamento in gita di altre classi altrimenti scoperte… Potrei scriverci un libro! Le ore di un ragazzino con legge 104 vengono utilizzate un po’ per tutti, magari raggruppandolo con altri con problematiche simili e con un solo insegnante di sostegno per risparmiare risorse. Perché per la nostra regione, chi ha disabilità, ha un’importanza marginale!

6) Ho cambiato le mie priorità. Ero quella che 14 anni fa è rientrata al lavoro a 3 mesi spaccati dal parto, nonostante la diagnosi del pargolo. Ero anche quella che andava in ufficio, se necessario, con l’allerta rossa e che lavorava indefessa anche fuori dall’orario. Mi piaceva il mio lavoro. Ero fiera di svolgerlo.

Ora sono quella che ha staccato, che comunque si è anche ritrovata destinata ad un altro incarico appena rientrata dalla maternità, che si è presa un lungo periodo di congedo straordinario, che accompagna i ragazzi a terapia, che cerca di superare con meno danni possibili i day hospital, che sta attaccata come un francobollo alla monella affinché non si levi l’occlusore per curare lo strabismo e che sta cercando di trovare qualche associazione seria con un progetto interessante per staccare il ragazzone dal computer. Sono anche quella che sta meditando se licenziarsi, con molti meno soldi forse, ma godendosi la crescita dei pargoli. E sudando le proverbiali sette camicie per far fare i compiti al raggio, of course! L’ultimo anno di medie è stato assurdo. Una volta ho scoperto per puro caso dal registro elettronico che il giorno dopo ci sarebbe stata una verifica di geografia su 25 pagine del libro che il ragazzone non aveva ovviamente mai aperto ne in classe, ne col sostegno. E stata una domenica “diversa”, diciamo così…

7) Ho capito che, anche se non mi sveglio tutte le mattine cantando I walking on sunshine, ce la posso fare. Anche se a fine 2019, dopo il “verdetto” della neuropsichiatra, avrei giurato di no!

8) Nonostante i mille casini è bello vedere i ragazzi che crescono, che fanno progressi, che vogliono bene a noi genitori che viviamo per loro e con loro. Poi, verissimo, c’è anche la giornata nerissima, quella in cui vai avanti per inerzia, ma per fortuna non capita spesso!

9) E’ necessario, secondo me, fidarsi sempre del proprio istinto di genitori. Anche per chi come noi ha figli non neurotipici. Ok allo specialista, al medico ed al pediatra, ma chi conosce meglio i propri ragazzi di noi che li abbiamo messi al mondo?

10) Non sarebbe male avere un po’ più di supporto dalle Asl. Capisco che ogni neuropsichiatra infantile abbia migliaia di bambini in carico, ma ci vorrebbero, secondo me, dei corsi di parent training, un minimo di supporto psicologico e un po’ più di riguardo per i diritti dei nostri ragazzi, insomma qualcuno che ci accompagnasse per mano nel complicato mondo della disabilità psichica. Invece ora è tutto un “richieda subito la legge 104 (e si arrangi)

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Autismo on/off

In queste settimane il raggio e la monella frequentano insieme il centro convenzionato Asl per le terapie. Non succede spesso, ma il ragazzone aveva da recuperare delle ore ed il front office, per comodità, ha cercato di farmi coincidere i giorni con quelli della sua sorellina.

Le facce dei genitori che ci vedono far entrare un figlio e riprendere l’altra (o viceversa) è un’ulteriore storia che forse prima o poi racconterò…

Non mi piace il modo di fare della psicomotricista con la monella, ma solitamente, per amore di pace (e per tentare di dare fiducia alla sua supposta professionalità) sto zitta.

Ma ieri mi è salita la carogna.

La cucciola è super iperattiva (è uno dei campanelli d’allarme che mi ha spinta a sottoporla ad una valutazione funzionale globale ed a una visita logopedica 2 anni fa), ma entra comunque abbastanza volentieri prima nella struttura e poi in stanza.

Ieri, quando è stata chiamata dalla psicomotricista, stava giocando con uno di quegli oggettini antistress di silicone in cui devi schiacciare le palline, che un’altra bimba le aveva gentilmente prestato. Con un gesto di stizza per essere stata interrotta ha buttato in terra il quaderno di comunicazione.

Apriti cielo!

All’uscita io ed il papy abbiamo vinto un pippone dalla terapista.

“La bambina è iperattiva e non si concentra” (Ma va? Non l’avrei mai detto)

“ L’attività motoria di sera la agita” (E noi scemi che credevamo di aiutarla a scaricarsi)

“ Il quaderno di comunicazione deve stare sempre con lei” (Ah, allora non possiamo usarlo per lavarci i vetri, peccato!”)

Alla prima cazzata ho iniziato a ripetere tra me e me come un mantra annastaizitta annastaizitta annastaizitta, ma quando in soldoni ha detto che a casa non le interessa cosa fa la bambina, ma lì al centro deve stare ferma ed immobile, le ho chiesto se pensa che la bimba abbia un interruttore che la faccia passare a comando da autistica (parola che il centro e la Asl ovviamente non usano mai perché dovrebbero prendersi la responsabilità di una diagnosi precisa) a neurotipica. Ma perché certe persone lavorano coi bambini quando è evidente che non ne hanno alcuna voglia?

I 4 anni della monella

La monella ha compiuto 4 anni.

4 anni bellissimi, con l’eccezione del primo abbozzo di diagnosi a novembre 2019.

Da un po’ di tempo sto rimuginando su quale sia il momento esatto in cui ha iniziato a manifestare i sintomi del disturbo del neurosviluppo. La risposta, lo so, è: a due anni e mezzo.

Ieri ho riguardato su google photo le immagini della gravidanza e della monella appena nata. Nelle prime dorme praticamente sempre (sarebbe stato strano il contrario), ma ce ne sono alcune in cui guarda decisamente l’obiettivo dello smartphone dal quale le viene scattata la foto.

Perché dai 2 anni è mezzo il suo cervello si è accorto che qualcosa non andava? Perché sino a quel momento ha funzionato tutto in maniera apparentemente normale e poi di botto ha iniziato a crashare? Mistero.

Mi domando se la dottoressa che mi ha sottoposta alle due morfologiche abbia notato qualche segnale di malformazione nella testa della piccola. Probabilmente no, perché a venti settimane di gestazione il cervello non ha ancora assunto la sua forma definitiva ed infine cercava un’agenesia come per il raggio che però in questo caso non c’era.

Non voglio guardare la monella come ad un caso clinico, ma solo come alla mia super impegnativa bimba. In questo però i medici non sono molto d’aiuto. La neuropsichiatra che durante l’ultimo day hospital ha sottoposto la monella alla valutazione funzionale globale ad un certo punto mi ha chiesto se mi fossi accorta che la bambina è gergofasica (Mi sono trattenuta dal chiederle che c*zz* volesse dire, ora lo so, cercare di ripetere i discorsi ma con suoni che non hanno senso). Nella lettera di dimissioni ha poi scritto, che fa un sorriso grimace (come una smorfia, forzato). E’ vero, ma se fosse neurotipica non la sottoporrei ad un day hospital o due all’anno!

Probabilmente un giorno, con mio marito, sorrideremo di tutte queste preoccupazioni e probabilmente avremo ingranato il giusto ritmo tra terapia, scuola e, perché no, qualche passatempo. Per ora cerchiamo solamente di capire se stiamo dando alla cucciola gli strumenti per comunicare ed essere indipendente un domani